Dalle mie emicranie ai boschi dell'Umbria, fino alle sorprendenti scoperte scientifiche sul rapporto tra piante e organismo umano.
Tutto è cominciato con un'emicrania
Per alcuni anni ho sofferto di emicranie fortissime, soprattutto in coincidenza con l'ovulazione e il ciclo mestruale. Di quelle che possono rendere difficile anche affrontare una giornata normale e per le quali mi erano stati prescritti medicinali specifici.
Eppure, proprio in quel periodo, avevo scoperto qualcosa che ancora oggi mi sorprende.
A volte mi bastava uscire sul terrazzo e mettermi a piantare qualcosa. Altre volte andavo a fare una passeggiata nei boschi dell'Umbria, magari per raccogliere gli asparagi selvatici.
E nel giro di dieci minuti il dolore scompariva.
Non sto esagerando. Era proprio ciò che mi succedeva.
Fortunatamente vivo in Umbria, dove i boschi non mancano, e quelle passeggiate erano diventate per me molto più di un semplice passatempo.
Mi sono sempre chiesta perché.
Che cosa c'era di così particolare in quegli ambienti? Era l'aria? La luce filtrata dalle foglie? Il profumo degli alberi? Oppure il semplice piacere di mettere le mani nella terra?
Non avevo una risposta, ma quella domanda continuava a tornarmi in mente.
Poi, un giorno, mi è capitato tra le mani un libro che mi ha fatto guardare il mondo vegetale in maniera completamente diversa.
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Qing Li e la sorprendente scienza del bagno nella foresta
Il libro era di Qing Li, immunologo giapponese della Nippon Medical School di Tokyo, conosciuto per i suoi studi sullo Shinrin-yoku, un'espressione giapponese che significa letteralmente "bagno nella foresta".
Non si tratta di fare il bagno nell'acqua, naturalmente, ma di immergersi nell'ambiente forestale attraverso i sensi.
Camminare tra gli alberi, respirare, osservare, ascoltare.
Ma ciò che mi ha colpita maggiormente non è stata l'idea di rilassarsi passeggiando in un bosco. Quello, in qualche modo, lo avevo già sperimentato.
È stato scoprire che alcuni ricercatori stavano studiando come il passeggiare nella foresta potesse influenzare determinate risposte fisiologiche del nostro organismo.
Qing Li aveva condotto esperimenti per osservare cosa succedesse al sistema immunitario delle persone dopo un soggiorno nei boschi.
In alcuni di questi studi, i ricercatori avevano riscontrato un aumento dell'attività delle cellule Natural Killer, chiamate anche cellule NK.
E qui la storia diventa davvero interessante.
Gli alberi rilasciano sostanze che possono interagire con il nostro organismo
Le cellule Natural Killer sono particolari cellule del nostro sistema immunitario innato.
Il loro compito è riconoscere e contribuire a eliminare cellule infettate da virus e cellule che presentano determinate alterazioni, comprese alcune cellule tumorali.
Ma cosa c'entrano gli alberi?
Molte piante producono sostanze chimiche volatili che rilasciano nell'ambiente. Alcune partecipano ai meccanismi di difesa contro organismi dannosi, altre svolgono funzioni di comunicazione o interazione ecologica.
Tra queste sostanze ci sono anche quelle comunemente indicate, negli studi sugli ambienti forestali, come fitoncidi.
Nel 2009, Qing Li e i suoi collaboratori pubblicarono una ricerca particolarmente curiosa.
Dodici uomini sani trascorsero tre notti in un albergo cittadino, dove durante le ore notturne veniva diffuso olio essenziale di Chamaecyparis obtusa, il cipresso giapponese conosciuto come hinoki.
I ricercatori osservarono un aumento dell'attività delle cellule NK e di alcuni indicatori della loro funzione, insieme a modificazioni di parametri legati alla risposta allo stress.
I risultati suggerivano che alcune sostanze volatili prodotte dagli alberi potessero contribuire agli effetti immunologici osservati negli ambienti forestali.
Attenzione, però: lo studio coinvolgeva poche persone e non dimostrava che respirare queste sostanze potesse prevenire o curare un tumore.
Le cellule NK partecipano alle difese contro alcune cellule tumorali, ma un aumento della loro attività in laboratorio non equivale a una protezione clinica dimostrata contro il cancro.
Per me, tuttavia, c'era qualcosa di straordinario in quella scoperta.
Gli alberi non erano soltanto organismi che producevano ossigeno e offrivano ombra.
Rilasciavano nell'ambiente sostanze capaci di interagire, almeno in determinate condizioni sperimentali, anche con il nostro organismo.
E io, che per anni avevo trovato sollievo passeggiando tra gli alberi, non potevo fare a meno di chiedermi se esistesse qualche collegamento.
Non avevo trovato una spiegazione scientifica alle mie emicranie. Ma avevo trovato un motivo in più per continuare a fare domande.
C'è qualcosa di particolare nell'odore della terra
Le passeggiate nel bosco non erano l'unica cosa che mi faceva stare meglio.
C'era anche il terrazzo.
Mi bastava uscire, prendere un vaso, spostare un po' di terriccio e piantare qualcosa.
E poi c'era quel profumo.
L'odore della terra.
Chiunque abbia piantato pomodori nell'orto, rinvasato una pianta o lavorato con il terreno appena inumidito sa di cosa parlo.
È un odore inconfondibile, capace di evocare sensazioni, ricordi e, per molte persone, un particolare senso di benessere.
Ma da dove arriva?
Una delle risposte è racchiusa in una parola poco conosciuta: geosmina.
La geosmina è una sostanza organica prodotta da diversi microrganismi, tra cui alcuni batteri del genere Streptomyces, molto diffusi nel suolo.
È una delle principali responsabili del caratteristico odore della terra umida.
Il nostro olfatto è estremamente sensibile a questa molecola, tanto da riuscire a percepirne concentrazioni piccolissime.
Il profumo che sentiamo quando lavoriamo la terra, quindi, non proviene semplicemente dal terreno inteso come materiale inerte.
È anche il risultato dell'attività degli organismi microscopici che lo abitano.
E il celebre profumo della pioggia?
Quello ha persino un nome: petricore.
È l'odore caratteristico che si sprigiona quando la pioggia bagna superfici asciutte. La geosmina contribuisce a questo fenomeno, insieme ad altre sostanze presenti nell'ambiente.
Pensateci un momento.
Un profumo che associamo alla pioggia, ai ricordi d'infanzia, agli orti e alle passeggiate nasce anche dall'attività di organismi così piccoli da essere invisibili ai nostri occhi.
E le sorprese che arrivano dal terreno non finiscono qui.
Nel terreno vive un batterio che interessa moltissimo gli scienziati
Si chiama Mycobacterium vaccae.
È un batterio ambientale presente nel suolo che da diversi anni viene studiato per le sue possibili proprietà immunoregolatrici.
Uno degli aspetti più interessanti riguarda le sue interazioni con i meccanismi biologici coinvolti nelle risposte allo stress.
Nel 2016, un gruppo di ricercatori pubblicò sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences uno studio condotto sui topi.
Gli animali trattati con una preparazione inattivata di Mycobacterium vaccae mostrarono, in specifiche condizioni sperimentali, una maggiore resistenza ad alcuni effetti dello stress e modificazioni delle risposte infiammatorie.
Non significa che basti toccare la terra per ottenere gli stessi effetti.
Gli esperimenti sono stati effettuati su animali e con preparazioni controllate del batterio, non semplicemente facendo giardinaggio.
E soprattutto non significa che Mycobacterium vaccae sia il responsabile del profumo della terra o del benessere che alcune persone provano quando lo respirano.
Ma il fatto che un microrganismo del suolo possa influenzare le risposte immunitarie e comportamentali negli animali apre domande affascinanti sul rapporto tra gli organismi viventi e il loro ambiente.
Perché sotto i nostri piedi non esiste soltanto della terra.
Esiste un ecosistema popolato da batteri, funghi, piccoli invertebrati e una quantità impressionante di organismi che partecipano ai processi fondamentali della vita.
Un mondo che spesso ignoriamo, pur essendone quotidianamente circondati.
Perché fare gardening e piantare le piante ci fa sentire bene?
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Naturalmente non tutte le risposte si trovano nei batteri o nelle sostanze chimiche.
Quando ci dedichiamo al giardinaggio succedono molte cose contemporaneamente.
Ci muoviamo, concentriamo l'attenzione su un'attività concreta, osserviamo forme e colori, percepiamo odori e consistenze differenti.
Spesso interrompiamo anche, almeno per qualche minuto, il flusso delle preoccupazioni quotidiane.
E non si tratta soltanto di impressioni personali.
Una revisione scientifica pubblicata nel 2024 sulla rivista Systematic Reviews ha analizzato quaranta studi e revisioni riguardanti il giardinaggio e l'ortoterapia.
I risultati hanno evidenziato associazioni positive tra queste attività e diversi indicatori di benessere psicologico, qualità della vita e salute generale.
Gli autori hanno comunque invitato alla cautela, perché gli studi esaminati erano molto diversi tra loro e non permettevano sempre di stabilire rapporti diretti di causa ed effetto.
Questo non spiega perché le mie emicranie scomparissero così rapidamente.
Le emicranie sono disturbi neurologici complessi e quelle associate al ciclo mestruale possono essere influenzate dalle oscillazioni ormonali, in particolare degli estrogeni.
Il mio sollievo potrebbe essere stato legato a diversi fattori, oppure alla combinazione di più elementi. Non posso saperlo con certezza.
Ma quell'esperienza mi aveva fatto comprendere quanto fosse interessante interrogarsi sul rapporto tra il nostro organismo e gli ambienti naturali.
E c'è un'altra ricerca che mi ha colpita particolarmente.
E se bastasse guardare un albero dalla finestra?
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Nel 1984, lo studioso Roger Ulrich pubblicò sulla prestigiosa rivista Science una ricerca destinata a diventare un punto di riferimento per la psicologia ambientale.
Aveva esaminato i dati di 46 pazienti sottoposti a un intervento chirurgico alla cistifellea in un ospedale della Pennsylvania.
Ventitré pazienti avevano trascorso la degenza in camere con finestre affacciate su un paesaggio alberato.
Gli altri ventitré avevano una finestra che dava su un muro di mattoni.
I risultati erano sorprendenti.
I pazienti con vista sugli alberi avevano avuto, in media, ricoveri postoperatori più brevi.
Nei loro registri clinici comparivano anche meno annotazioni negative da parte del personale infermieristico e un minore utilizzo di analgesici potenti.
È importante ricordare che si trattava di un piccolo studio osservazionale, non della dimostrazione che guardare gli alberi acceleri necessariamente la guarigione.
Eppure quella ricerca sollevava una domanda affascinante.
Se perfino la vista di un ambiente naturale può essere associata a differenze nel recupero dei pazienti, quanto abbiamo ancora da scoprire sul rapporto tra il nostro organismo e ciò che ci circonda?
Forse dobbiamo imparare a guardare le piante in modo diverso
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Ripenso spesso a quelle giornate.
Alle emicranie, ai boschi dell'Umbria, agli asparagi selvatici e alle volte in cui mi bastava uscire sul terrazzo e piantare qualcosa per sentirmi meglio.
Non so ancora perché mi succedesse.
Ma so che quelle esperienze hanno acceso una curiosità che, con il tempo, è diventata sempre più grande.
Perché più scopro qualcosa sulle piante, più mi rendo conto di quante cose ignoriamo sul mondo vegetale.
Siamo abituati a considerarle elementi decorativi, presenze silenziose nei nostri giardini, sui terrazzi o nelle case.
Eppure le piante sono organismi straordinariamente complessi.
Interagiscono con i microrganismi del terreno, producono sostanze chimiche, rispondono agli stimoli ambientali e partecipano a una rete di relazioni biologiche della quale facciamo parte anche noi.
Non abbiamo bisogno di attribuire loro poteri miracolosi per riconoscerne la straordinarietà.
Basta cominciare a conoscerle.
E forse è proprio questo che mi affascina di più: pensare che dietro qualcosa di apparentemente semplice, come il profumo di una manciata di terra, esista un universo di fenomeni che la scienza continua a esplorare.
Le piante fanno cose straordinarie. E noi ne conosciamo soltanto una piccola parte.
Benvenuti nel mondo degli Amici con Radici.
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Fonti:
Ho verificato le principali ricerche, così puoi collegarle direttamente nel blog.
1. Qing Li e colleghi (2009), Effect of phytoncide from trees on human natural killer cell function. Studio sugli oli essenziali di hinoki e sull'attività delle cellule NK. Leggi lo studio.
2. Gerber e Lechevalier (1965), Geosmin, an earthly-smelling substance isolated from actinomycetes. Ricerca fondamentale sull'identificazione della geosmina. Leggi lo studio.
3. Reber e colleghi (2016), Immunization with a heat-killed preparation of the environmental bacterium Mycobacterium vaccae promotes stress resilience in mice. Leggi lo studio.
4. Panțiru e colleghi (2024), The impact of gardening on well-being, mental health, and quality of life. Revisione sul giardinaggio e il benessere psicofisico. Leggi la ricerca.
5. Roger Ulrich (1984), View through a window may influence recovery from surgery, pubblicato su Science. Leggi lo studio.
Per la parte sulle emicranie ormonali, possiamo aggiungere anche l'approfondimento dell'American Migraine Foundation.